La nostra storia
Da una ferita personale alla visione di un’intera comunità

La storia di Franco Malerba e la continuità della sua eredità

Nel 1966, un incidente stradale cambiò per sempre la vita di Franco Malerba. A soli diciotto anni, una lesione irreversibile alla colonna vertebrale lo rese paraplegico. In quegli anni, la società non era pronta a riconoscere alle persone con disabilità possibilità di autonomia, partecipazione e lavoro.

Franco, però, non accettò il destino di esclusione che sembrava già scritto per lui. Trasformò il dolore in visione: un mondo in cui il diritto al lavoro non fosse un’eccezione, ma una possibilità concreta per tutti.

Da questa visione nasce una storia di resilienza, innovazione e fiducia nella capacità dell’essere umano di trasformare la fragilità in generatività.

L’incidente e i primi anni

Franco Malerba era un giovane pieno di energia e con una straordinaria voglia di vivere. L’incidente lo colpì improvvisamente, causando lesioni irreversibili alla colonna vertebrale e cambiando radicalmente la sua quotidianità.

Negli anni Sessanta e Settanta, la società italiana non era preparata ad accogliere le persone con disabilità. Le barriere architettoniche erano ovunque, il pregiudizio era diffuso e le opportunità di lavoro quasi inesistenti.

Per molti, una persona disabile era destinata alla marginalità e alla dipendenza. Franco rifiutò questa visione. Nonostante le difficoltà inimmaginabili, mantenne una straordinaria positività e trovò forza anche nelle storie di chi affrontava condizioni ancora più dure.

1976: la fondazione dell’UICEP e la lotta civile

Nel 1976 Franco Malerba si trasferì a Torino con una missione precisa: fondare l’UICEP, Unione per l’Inclusione e la Cittadinanza delle Persone con disabilità.

L’UICEP non era un semplice spazio di mutuo aiuto, ma un’organizzazione combattiva, un movimento civile e politico nato per chiedere l’abbattimento delle barriere architettoniche e contrastare la “solidarietà ipocrita”, quella forma di compassione paternalistica che negava autodeterminazione e protagonismo alle persone con disabilità.

Franco organizzò manifestazioni pubbliche davanti alle istituzioni, portando le persone con disabilità nei luoghi in cui si prendevano le decisioni. Il messaggio era chiaro: essere ascoltati direttamente e partecipare alle scelte che riguardavano la propria vita.

Per l’epoca era una posizione radicale. In Italia, l’idea che le persone con disabilità si organizzassero politicamente era ancora poco riconosciuta. Nonostante le difficoltà, l’UICEP si espanse a livello regionale e nazionale.

Franco Malerba iniziò così a essere riconosciuto come un leader intellettuale e politico, capace di proporre una visione concreta di cambiamento sociale.

1979: il trasferimento nel Ciriacese e la fondazione del GISH

Nel 1979, Franco Malerba si trasferisce nel Ciriacese, l’area attorno a Ciriè, nel Piemonte nord-occidentale. Qui individua la possibilità di radicare il proprio impegno in una comunità concreta, trasformando la battaglia per i diritti in un percorso capace di generare esperienze stabili e durature.

Nel territorio contribuisce alla nascita del GISH, il Gruppo Inserimento Sociale Handicappati. Il gruppo raccoglie l’eredità civile dell’UICEP, ma aggiunge una dimensione nuova: non solo rivendicare diritti, ma costruire risposte pratiche ai bisogni quotidiani delle persone con disabilità.

Durante questa esperienza, Franco matura con sempre maggiore chiarezza una convinzione destinata a orientare tutto il suo percorso successivo: l’inclusione non poteva limitarsi all’accessibilità, alla mobilità o alla partecipazione sociale. Doveva passare anche, e soprattutto, dal lavoro.

Per Franco, lavorare significava molto più che svolgere un’attività. Significava essere riconosciuti, contribuire alla comunità, costruire autonomia economica e uscire da una condizione di dipendenza imposta dallo sguardo degli altri.

La visione che avrebbe fondato tutto: il diritto al lavoro

Negli anni del GISH, Franco Malerba comprende che il lavoro non può essere considerato un premio, una concessione o una semplice attività occupazionale. È uno dei modi fondamentali attraverso cui una persona partecipa alla società e viene riconosciuta come soggetto attivo.

Questa idea era profondamente innovativa per l’Italia degli anni Settanta e Ottanta, quando molte persone con disabilità vivevano ancora ai margini, escluse dai percorsi formativi, produttivi e professionali.

Franco capisce che non basta denunciare l’esclusione. Occorre creare un luogo capace di dimostrare, nei fatti, che anche le persone considerate fragili possono produrre valore, assumersi responsabilità e offrire competenze reali.

Da questa convinzione prende forma il progetto che avrebbe portato alla nascita della Cooperativa Dalla Stessa Parte.

1983: la fondazione della Cooperativa Dalla Stessa Parte

Nel 1983, Franco Malerba fonda a Ciriè la Cooperativa Sociale Dalla Stessa Parte. L’obiettivo è tradurre in impresa sociale ciò che fino ad allora era stato un principio politico e civile: l’inclusione deve misurarsi con la realtà del lavoro.

La cooperativa nasce per offrire opportunità professionali a persone in condizione di fragilità e, allo stesso tempo, per dialogare con le aziende attraverso la qualità dei risultati, l’affidabilità e la capacità produttiva.

Franco non voleva costruire un luogo assistenziale, ma un’organizzazione capace di stare nel mercato senza rinunciare alla propria missione sociale. L’inclusione, per essere credibile, doveva diventare esperienza quotidiana, sostenibile e riconoscibile.

La cooperativa non doveva rappresentare un punto di arrivo protetto, ma un ponte verso una reale partecipazione sociale e lavorativa. Il lavoro diventava così fonte di reddito, autonomia, responsabilità e cittadinanza.

Le prime attività prendono forma attraverso un laboratorio di artigianato in cuoio, un ambito adatto alla sperimentazione perché richiedeva manualità, precisione e cura del dettaglio.

Fin dall’inizio, il messaggio è chiaro: le persone con disabilità non sono semplici utenti di un servizio, ma artigiani, produttori e professionisti capaci di offrire valore reale.

1985-1993: trasformazione e consolidamento della visione

Negli anni successivi alla fondazione, la cooperativa attraversa una fase di rapida evoluzione, destinata a definirne l’identità per i decenni successivi.

Tra il 1985 e il 1986, con l’arrivo di Gianluca Bruna, giovane perito elettronico entrato come obiettore di coscienza, la cooperativa compie un passaggio decisivo: l’ingresso nel settore dell’assemblaggio e della lavorazione elettronica.

Non si tratta di una semplice diversificazione. L’elettronica era un settore in forte crescita e molte aziende torinesi e piemontesi cercavano fornitori affidabili per assemblaggio, confezionamento e controllo qualità. La cooperativa poteva così unire competenze tecniche, organizzazione e attenzione alla qualità.

Nel 1986 nasce anche il Progetto Verde, dedicato al vivaio e alla manutenzione di aree pubbliche e private. Il progetto amplia le possibilità di inserimento, valorizzando abilità diverse e percorsi professionali differenti.

Se il laboratorio elettronico offriva opportunità a persone con manualità fine e capacità di concentrazione, il lavoro nel verde apriva spazi per chi possedeva maggiore resistenza fisica, autonomia operativa e capacità motoria.

Nel 1989, la cooperativa ottiene, in uso gratuito dal Comune di Cirè, e ristruttura un ex tiro a segno militare, trasformandolo nella propria sede principale. Il valore simbolico è forte: uno spazio nato per la preparazione bellica diventa un luogo dedicato all’inclusione, al lavoro e alla dignità.

Nel 1991, con l’approvazione della Legge 381, viene definito il quadro normativo delle cooperative sociali. La cooperativa inizia così a convenzionarsi con enti pubblici e amministrazioni locali, ottenendo commesse che garantiscono una base di fatturato più stabile, pur con margini spesso ridotti.

Alla scomparsa di Franco Malerba, nel 1993, la cooperativa è ormai una realtà strutturata, con una direzione chiara e basi solide per continuare a crescere.

L’eredità di Franco Malerba continua a vivere Dalla Stessa Parte

Dopo la morte di Franco Malerba, nel 1993, la Cooperativa Dalla Stessa Parte avrebbe potuto restare legata al ricordo del fondatore, trasformando la sua storia in una memoria immobile.

Accade invece il contrario. La leadership che Franco aveva contribuito a far crescere, in particolare Gianluca Bruna, comprende che custodire quell’eredità significa continuare a innovare, adattando la missione originaria ai cambiamenti sociali, economici e culturali.

Negli anni Duemila, Gianluca Bruna e il team approfondiscono il pensiero di Amartya Sen e Martha Nussbaum sulla teoria delle capacitazioni. Da questa ricerca nasce il Modello EmpowerLife, che offre un fondamento metodologico al percorso della cooperativa: valorizzare le capacità delle persone e costruire condizioni reali di autonomia, partecipazione e riconoscimento.

Nel 2014, la cooperativa avvia due nuovi progetti: MEL, dedicato all’apicoltura sociale, e l’Hub Alimentare, ampliando la propria azione a nuovi ambiti produttivi e sociali.

Nel 2016, con il Progetto GRAB, la cooperativa inizia a lavorare, in collaborazione con la cooperativa Stranaidea, direttamente con migranti e richiedenti asilo. Anche questa scelta rappresenta un’estensione coerente della visione originaria: creare opportunità per chi vive condizioni di esclusione, indipendentemente dalla propria storia o provenienza.

Nel 2023, per celebrare i 40 anni dalla fondazione, si sceglie di fare un salto in avanti: viene acquistato uno storico capannone a Lanzo Torinese, situato in una zona difficile del territorio, destinato a diventare — una volta ristrutturato — il Laboratorio Franco Malerba.

Un progetto ambizioso, che va oltre lo spazio fisico: è il segno di una visione ancora viva, di una storia nata dal dolore personale che continua a generare percorsi di lavoro, inclusione e dignità.